Il metro e ottanta che risolse la sicurezza del R290
Il caso Qlima, il giornalismo tecnico per titoli e ciò che fabbricanti e installatori dovrebbero davvero imparare
20 luglio 2026
Sono bastati 290 grammi di propano, una quota di 1,80 metri e un comunicato di richiamo francese per produrre, nel giro di pochi giorni, una nuova e comodissima regola tecnica: le pompe di calore Qlima devono essere ritirate perché contengono troppo R290 e non sono state installate abbastanza in alto.
Perfetto. Semplice, memorabile e soprattutto leggibile senza il fastidio di aprire una norma tecnica, consultare il manuale o domandarsi che cosa sia stato realmente valutato nel Fascicolo Tecnico.
Peccato che la realtà sia leggermente più complessa.
Dal richiamo francese alla norma inventata in redazione
Il portale governativo francese RappelConso ha pubblicato il richiamo di sei modelli di pompe di calore monoblocco Qlima della serie WDH. La motivazione ufficiale è precisa: in caso di perdita di R290, un apparecchio installato in posizione bassa, al di sotto di 1,80 m, potrebbe creare un’atmosfera infiammabile, con possibile rischio di incendio o esplosione.
Ai consumatori viene chiesto di interrompere l’utilizzo, contattare il venditore o PVG e consentire una verifica dell’installazione, con adeguamento o rimborso quando la messa in conformità non sia possibile.
Il comunicato, però, non afferma che ogni apparecchio contenente circa 290 g di R290 sia vietato, né che la quota di 1,80 m rappresenti una prescrizione universale valida per qualsiasi prodotto. Non sostiene neppure che quei modelli presentino una maggiore probabilità di perdere refrigerante, che l’R290 non possa essere utilizzato nelle pompe di calore monoblocco o che la sola massa di refrigerante sia sufficiente, da sola, a determinare automaticamente la conformità.
Ma il dettaglio, come spesso accade, ha avuto vita breve.
Cooling Post ha scritto che la carica di circa 290 g sarebbe tale da richiedere un’altezza di installazione di almeno 1,80 m per rispettare la normativa europea di sicurezza. L’articolo riporta correttamente gli estremi del richiamo, ma trasforma una relazione che dipende dalla configurazione del prodotto e dalle condizioni di installazione in una prescrizione apparentemente automatica: 290 g uguale 1,80 m.
È una formula molto comoda. Peccato che la EN 60335-2-40 non funzioni come un listino da ferramenta: fino a 289 g tassello basso, da 290 g in poi tassello alto.
Altre testate hanno fatto ancora meglio. La Revue Pratique du Froid ha titolato “richiamo di pompe di calore per rischio di perdita”; Génie Climatique ha parlato di richiamo “a causa di una perdita”.
La differenza non è esattamente marginale.
Il richiamo ufficiale non afferma che gli apparecchi abbiano una particolare propensione a perdere. Parla del rischio che si genera nell’eventualità di una perdita, in determinate condizioni di installazione.
Trasformare un rischio di accensione in caso di perdita in rischio di perdita equivale, nel settore automobilistico, a confondere il rischio d’incendio in caso di incidente con il rischio che l’automobile decida spontaneamente di andare a sbattere.
Numerama ha correttamente richiamato il rapporto tra propano e modalità di installazione, ma ha presentato il problema come derivante essenzialmente dal fluido e dal modo in cui l’apparecchio viene posato.
Frandroid ha svolto un’analisi più articolata, osservando anche la discrepanza fra le immagini che mostravano la macchina installata in basso e la quota emersa nel richiamo. Ha inoltre chiarito che il caso non comporta un generale abbandono dell’R290.
Non tutta la stampa ha quindi lavorato allo stesso modo. Ma la tendenza generale resta evidente: partire dal richiamo, estrarre due numeri e produrre una regola tecnica pronta per il titolo.
Il dettaglio poco fotogenico: il manuale
Il problema più interessante, in realtà, non è stabilire se 290 g siano “troppi”. Il problema è capire quali condizioni fossero state considerate dal fabbricante per ritenere sicuro il prodotto e come tali condizioni siano state trasferite a chi avrebbe dovuto installarlo.
La documentazione Qlima pubblicamente disponibile contiene un elemento piuttosto difficile da ignorare. Il manuale prescrive di lasciare almeno 10 cm di spazio alla base della macchina, oltre a 10 cm lateralmente e 20 cm superiormente. Non solo. Le immagini di installazione mostrano chiaramente due possibili collocazioni, una delle quali con l’apparecchio posizionato a circa 10 cm dal pavimento.
Dunque, non siamo semplicemente davanti a un installatore distratto che avrebbe ignorato una chiarissima prescrizione dei 1,80 m.
La documentazione messa a disposizione sembra contemplare proprio la configurazione bassa che il successivo richiamo considera potenzialmente pericolosa in caso di perdita.
Ed è qui che la vicenda diventa molto più seria e molto meno adatta al giornalismo da “propano cattivo”.
Il punto non è soltanto dove sia stata appesa la macchina. Il punto è verificare la coerenza complessiva tra il Risk Assessment, i calcoli sulla carica ammissibile, gli scenari di perdita, le prove eventualmente eseguite e la configurazione effettivamente testata. A questa catena devono poi corrispondere, senza ambiguità, il Manuale di Uso e Manutenzione, la guida rapida di installazione, la targa dati e perfino le immagini commerciali.
Se la sicurezza del prodotto dipende da una quota minima, quella quota non può rimanere elegantemente custodita nel rapporto di prova, ammesso che vi sia stata inserita. Deve arrivare, senza perdersi lungo il percorso, nelle mani dell’installatore.
Possibilmente espressa in centimetri, e non per via telepatica.
“Questa macchina contiene Y grammi di R290/R32”
La documentazione pubblicamente disponibile offre anche un piccolo capolavoro di personalizzazione tecnica.
Nel manuale si legge che l’apparecchiatura contiene “Y g” di gas refrigerante “R290/R32”, rinviando alla targhetta per il dato effettivo. “Y” è un ottimo valore per un’equazione scolastica. È meno convincente in un’avvertenza di sicurezza destinata a un prodotto contenente un refrigerante A3. Anche l’accostamento indifferenziato “R290/R32” merita attenzione. R290 e R32 non sono due differenti gusti dello stesso refrigerante: presentano classificazioni di sicurezza e caratteristiche sostanzialmente diverse.
Naturalmente il dato può essere riportato sulla targa. Ma il problema generale rimane: un Manuale di Uso e Manutenzione non dovrebbe essere il risultato di un modello Word nel quale alcuni campi sono stati aggiornati e altri hanno deciso di restare fedeli alla versione beta.
Con i refrigeranti infiammabili, il copia-incolla non è una metodologia di valutazione del rischio.
I 290 grammi non confessano da soli
La quantità di refrigerante è fondamentale, ma non è autosufficiente: per valutare correttamente il rischio occorre considerare la massa effettivamente rilasciabile, il punto dal quale potrebbe verificarsi la perdita e l’altezza del rilascio, insieme alla superficie e alla geometria del locale. Vanno inoltre valutate la velocità e la durata della perdita, il funzionamento della ventilazione, l’eventuale presenza di cavità o zone basse, le possibili sorgenti di accensione e le misure di sicurezza incorporate nell’apparecchio.
La quota di 1,80 m può quindi essere una condizione determinante nella valutazione della carica e della dispersione. Non è, tuttavia, un comandamento universale applicabile a qualsiasi apparecchio contenente 290 g di R290.
La conclusione tecnicamente corretta è meno accattivante, ma più utile:
Una carica di circa 290 g può essere compatibile con la norma soltanto se la configurazione del prodotto, le condizioni del locale, la quota di rilascio e le eventuali misure di mitigazione sono state correttamente valutate, provate e trasferite nelle istruzioni.
Il richiamo pubblico non rende disponibili il Risk Assessment, il rapporto di prova, il CB Test Report o la procedura tecnica dettagliata di adeguamento.
Non è quindi possibile stabilire, sulla base dei soli articoli di stampa, se ci troviamo davanti a una criticità costruttiva, a una valutazione incompleta, a un’estensione impropria dei test a più modelli, a una modifica di prodotto non adeguatamente rivalutata, a un errore prevalentemente documentale o, più probabilmente, a una combinazione di questi elementi. La prudenza, in questi casi, non è garantismo industriale: è metodo tecnico.
La marcatura CE non è un adesivo motivazionale
La Direttiva Bassa Tensione richiede che la documentazione tecnica consenta di valutare la conformità del prodotto e comprenda un’adeguata analisi e valutazione dei rischi. La stessa disciplina pone sul fabbricante la responsabilità della valutazione di conformità e della predisposizione della documentazione necessaria.
La Blue Guide della Commissione europea chiarisce inoltre che il fabbricante deve identificare i rischi del prodotto, mantenere la tracciabilità delle sue differenti versioni e accompagnarlo con istruzioni e informazioni di sicurezza comprensibili per gli utilizzatori.
In termini meno istituzionali, la Dichiarazione UE di conformità è la conclusione di un percorso tecnico. Non può essere utilizzata al posto del percorso tecnico.
Il buon costruttore non parte dalla DoC per risalire, quando necessario, a una qualche giustificazione. Parte dal rischio.
Individua gli scenari di guasto, stabilisce le misure di sicurezza, prova il prodotto, verifica le varianti e soltanto alla fine trasferisce i risultati nel MUM, nella targa e nella dichiarazione.
Il Fascicolo Tecnico non deve essere “a prova di faldone”. Deve essere a prova di domanda.
Perché 290 g?
Perché quella superficie minima?
Perché quella quota?
Quale modello è stato provato?
Quali varianti sono coperte?
Che cosa succede in caso di perdita?
Da dove può uscire il refrigerante?
Quali sorgenti di accensione sono state considerate?
Se le risposte non sono rintracciabili, la quantità di carta presente in archivio è un dato di logistica, non di conformità.
Il buon installatore non interpreta i rendering
Anche il ruolo dell’installatore è decisivo.
Il buon installatore non considera il MUM il materiale d’imballaggio collocato tra il polistirolo e il telecomando: lo utilizza invece per verificare il modello e la carica indicati in targa, la superficie minima del locale, la quota e le distanze prescritte, l’eventuale presenza di cavità, fosse o zone di accumulo, il funzionamento della ventilazione, le sorgenti di accensione e la corrispondenza tra la macchina reale e la documentazione ricevuta. Soprattutto, quando manuale, cartamodello, scheda commerciale e prescrizioni di sicurezza non coincidono, non sceglie la versione che richiede meno tasselli, ma chiede un chiarimento scritto al fabbricante.
Un installatore competente non può sostituirsi al costruttore e ricostruire da solo il Risk Assessment. Può e deve, però, riconoscere quando le condizioni di sicurezza non sono definite con sufficiente chiarezza.
La professionalità non consiste nell’avere sempre una risposta. Consiste anche nel sapere quando non è prudente inventarne una.
La transizione non si fa sostituendo una sigla con un’altra
Il Regolamento (UE) 2024/573 accelera il passaggio verso soluzioni a bassissimo impatto climatico. Dal 2027 sono previste importanti restrizioni per climatizzatori monoblocco e pompe di calore autonome fino a 12 kW contenenti gas fluorurati con GWP pari o superiore a 150, salvo le eccezioni legate ai requisiti di sicurezza.
Il ricorso a refrigeranti come l’R290 è quindi destinato ad aumentare. Ed è una buona notizia.
Ma la transizione non consiste nel togliere un refrigerante ad alto GWP, inserire del propano e stampare una foglia verde sulla brochure.
Cambiare refrigerante significa cambiare il profilo di rischio: vuol dire aggiornare le competenze progettuali, le prove, le procedure produttive e le valutazioni sulle sorgenti di accensione, ma anche rivedere manuali, formazione, modalità di installazione e attività di manutenzione. I refrigeranti a basso impatto ambientale richiedono quindi una filiera ad alto contenuto di competenza.
Meno titoli, più Fascicoli Tecnici
Il caso Qlima non dimostra che l’R290 sia inadatto alle pompe di calore monoblocco.
Non dimostra neppure, allo stato delle informazioni pubbliche, che circa 290 g di R290 siano sempre contrari alla EN 60335-2-40.
Dimostra invece qualcosa di molto più utile.
La sicurezza di un prodotto non risiede soltanto nei componenti che contiene. Risiede nella coerenza dell’intero processo:
Risk Assessment → progettazione → prove → Fascicolo Tecnico → MUM → targa → comunicazione commerciale → installazione.
Se uno di questi passaggi racconta una storia diversa dagli altri, prima o poi qualcuno si accorge che il prodotto può essere installato a 10 cm dal pavimento mentre la sicurezza ne richiederebbe 180.
A quel punto arriverà il richiamo.
E, subito dopo, arriverà anche un articolo che spiegherà che il problema erano semplicemente 290 grammi di propano.
Il buon costruttore e il buon installatore, nel frattempo, avranno già capito la vera lezione: la transizione verso refrigeranti a basso impatto non richiede meno regole e meno documentazione. Richiede valutazioni migliori, istruzioni più precise e una qualità tecnica molto più elevata.
Perché il GWP può essere basso. L’approssimazione, possibilmente, no.
I Clienti CSIM riceveranno una NOTA TECNICA completa e dettagliata sul tema...
La Redazione