ATEX e refrigeranti infiammabili: smettiamo di chiamare «straordinario» ciò che è solo scomodo
Perché nel settore HVAC‑R la classificazione delle zone esplosive non è un esercizio accademico — e perché CSIM ha deciso di affrontarla con i numeri.
13 giugno 2026
Nel mondo HVAC‑R sopravvive un'abitudine comoda: definire «straordinario» tutto ciò che non si vuole affrontare. Una brasatura mal eseguita che trafila? Straordinaria. Una tubazione che cede perché nessuno ha previsto un antivibrante? Straordinaria. Una micro‑perdita da un giunto realizzato senza qualifica di procedimento? Straordinaria. E lo scarico di una valvola di sicurezza che soffia refrigerante infiammabile in un locale tecnico? Straordinario, naturalmente.
Il problema è che i refrigeranti A2L e A3 non leggono i cataloghi commerciali e non si adeguano alle convinzioni del settore. Se le condizioni per formare un'atmosfera esplosiva ci sono, l'atmosfera si forma — a prescindere da quanto quell'evento ci risulti scomodo da ammettere. E quando può formarsi, la classificazione ATEX non è un'opzione: è un obbligo.
Ordinario e straordinario: la distinzione che il settore continua a rimuovere
La EN 60079‑10‑1 fonda la classificazione delle zone sulla probabilità che un'atmosfera esplosiva sia presente durante il normale esercizio. La EN 378‑2, dal canto suo, colloca l'apertura di una PSV tra gli eventi non ordinari, legati a sovrapressione, errori di manovra, incendio, blocco del fluido. Fin qui, nulla da eccepire.
La distorsione nasce quando il settore estende quell'etichetta a tutto ciò che gli fa comodo. Se un impianto vibra come un martello pneumatico e nessuno ha previsto un antivibrante, la rottura della brasatura non è un evento straordinario: è ordinaria amministrazione, prevedibile, e in quanto tale entra nella valutazione. Se un giunto perde perché brasato da un operatore non qualificato, senza procedura e senza controllo, quella perdita non è una fatalità: è una conseguenza annunciata. La norma distingue tra ciò che è raro e ciò che è prevedibile; il settore, troppo spesso, finge che siano la stessa cosa.
Le PSV: l'elefante nella stanza
Le valvole di sicurezza meritano un discorso a parte. Che la loro apertura sia un evento non ordinario è corretto. Ma la domanda che quasi nessuno, nel RACHP, si pone è: che cosa succede dopo che si aprono?
È qui che il settore entra in modalità «non vedo, non sento, non classifico». Eppure nell'Oil & Gas — dove l'ATEX non è un'opinione — la questione è governata da decenni con un percorso preciso: si calcola la portata di rilascio, si determina la velocità del getto allo sbocco, si individua la distanza alla quale la concentrazione scende sotto il limite inferiore di infiammabilità, si applica un fattore di sicurezza e si definisce l'estensione della Zona 2. Quando più valvole scaricano su un collettore, si ragiona sulla valvola con portata maggiore, si valuta la canalizzazione del getto e si calcola la dispersione all'uscita del collettore — senza assumere che scarichino tutte insieme, ma senza nemmeno fingere che il collettore non esista. Non si inventano distanze «a sentimento». Si calcola.
Nel RACHP, invece, la prassi più diffusa è non avere una prassi. E qui si annida il vero buco: nessuna norma del nostro settore spiega come dimensionare quella Zona 2. La EN ISO 24664 — che ha sostituito la EN 13136 — si ferma al dimensionamento idraulico della valvola e della sua linea. La EN 378‑2 impone che lo scarico avvenga in luogo sicuro, ma non dice come quantificarlo. La EN 60079‑10‑1 fornisce il metodo generale di classificazione, ma è scritta per il petrolchimico e lascia al progettista RACHP il compito di adattarne i modelli. Tra il calcolo della portata e la classificazione dell'area c'è un vuoto che nessun comitato tecnico ha ancora colmato.
Il ponte che CSIM ha costruito
A un certo punto qualcuno doveva attraversarlo, quel vuoto. CSIM ha scelto di farlo portando nel RACHP lo stesso rigore che nell'Oil & Gas è prassi consolidata, ma calibrandolo sulla fisica reale dei refrigeranti.
In concreto significa partire dalla termodinamica corretta. Allo sbocco di una PSV il flusso è quasi sempre in regime sonico, non incomprimibile: adottare la formula sbagliata sovrastima la velocità di efflusso e, di conseguenza, sottostima la zona pericolosa. Significa modellare la dispersione come un getto turbolento, la cui concentrazione lungo l'asse decade secondo una legge precisa — e non con approssimazioni che, per i refrigeranti a basso limite di infiammabilità, restituiscono numeri tanto rassicuranti quanto falsi.
Quanto falsi? In un caso che abbiamo modellato — propano, a una determinata portata di scarico — un modello semplificato e fisicamente scorretto restituiva una zona di circa quindici centimetri. Il modello a getto, fisicamente fondato, ne restituiva oltre cinque metri: un fattore superiore a trenta. È la differenza tra un'installazione che si crede a norma e un tecnico che, senza saperlo, lavora dentro un'atmosfera potenzialmente esplosiva.
Da qui una procedura ingegneristica completa: criteri distinti per PSV singole e per collettori multipli, adozione sistematica del risultato più cautelativo tra i modelli impiegati, e rappresentazione grafica della zona come volume sferico attorno al punto di scarico con la sua proiezione cilindrica fino a terra — perché un refrigerante più pesante dell'aria ricade e occupa il volume fino al pavimento. Ipotesi conservative, ma realistiche.
La trasparenza come metodo (e come garanzia)
Su un punto preferiamo essere espliciti, perché è esattamente ciò che distingue un lavoro tecnico serio da una brochure. Costruire questi modelli ha significato anche trovare e correggere errori: nelle prassi di partenza e nelle assunzioni implicite che il settore dà per buone. E significa dichiarare con onestà quali parametri restano da consolidare e su quali fonti. Un'analisi che nasconde le proprie incertezze non è più robusta: è soltanto meno difendibile. La nostra, al contrario, è ripetibile, verificabile e — soprattutto — sostenibile davanti a un organismo notificato, a un ispettore o a un giudice.
È questo che cambia la posizione dell'utilizzatore finale: non più lasciato solo davanti a un refrigerante infiammabile, senza Risk Assessment, senza Documento di Protezione contro le Esplosioni, senza indicazioni chiare nel manuale d'uso e manutenzione, ma messo nelle condizioni di progettare e gestire l'impianto con un livello di sicurezza reale, non presunto.
Qualcuno doveva farlo
Il settore HVAC‑R sta attraversando una trasformazione epocale: refrigeranti infiammabili che diventano lo standard, normative più stringenti, responsabilità crescenti lungo tutta la filiera. Continuare a trattare l'ATEX come un fastidio burocratico, in questo scenario, non è pragmatismo: è esposizione al rischio, tecnico e legale.
CSIM ha scelto la strada opposta. Oggi mettiamo a disposizione del settore modelli di calcolo dedicati, una procedura ingegneristica completa e strumenti grafici e documentali pensati per reggere la prova dei fatti — un riferimento metodologico là dove prima c'era solo il «si è sempre fatto così». Chi vuole continuare a lavorare a occhio è naturalmente libero di farlo. Chi vuole lavorare in modo serio, oggi, ha con cosa confrontarsi.
La Redazione